lunedì 15 agosto 2011

Non è la mia storia

Fonte: http://frontierenews.it/2011/08/a-ventanni-si-puo-migliorare-il-mondo-storia-di-una-volontaria-ad-addis-abeba/


“A vent’anni si può migliorare il mondo”. Storia di una volontaria ad Addis Abeba

Arianna Vassallo, responsabile delle relazioni pubbliche di Aiesec presso Roma Tre, racconta a Frontiere News la sua non ordinaria esperienza ad Addis Abeba con i volontari dell’Aiesec. Potete seguire il “diario etiopico” di Arianna sul blog Two greedy eyes in Addis.

Da soli dieci mesi faccio parte della più grande organizzazione al mondo interamente gestita da studenti, Aiesec. La mia è la storia di una ragazza come tante che ha scoperto che anche a vent’anni si può migliorare il mondo. E soprattutto che a soli vent’anni esiste il modo per migliorare se stessi. La mia è la storia di una ragazza che in dieci mesi è cambiata perché ha conosciuto un ambiente e delle persone che le hanno permesso di crescere.

Ma non è la mia storia che voglio raccontare oggi. Quella che voglio raccontare è la storia di cinque ragazzi che hanno deciso di vivere un anno in Etiopia, ad Addis Abeba, perché il mondo vogliono cambiarlo sul serio e sanno di poterlo fare. Due italiane, una ceca, un ugandese e un ghanese. Età media ventitré anni. Sono coloro che gestiscono Aiesec in Etiopia, coloro che mettono una passione sfrenata in tutto ciò che fanno. Vivo con loro da quasi due settimane, in una casa che era vuota e che piano piano stanno riempiendo, così come ogni progetto che stanno facendo nascere. Ogni giorno vanno in giro per la città tra meeting e incontri con aziende, scuole, associazioni, grandi, giovani, piccoli, uomini e donne.

Grazie al loro impegno due scuole potranno finalmente utilizzare i tremiladuecento computer che possiedono e che sono fermi da mesi e mesi, solo perché non c’è mai stato nessuno capace di usarli. Arriveranno volontari da tutto il mondo che finalmente accenderanno i monitor bui e insegneranno ai piccoli studenti delle scuole come utilizzare uno dei mezzi più potenti al mondo.
Grazie alla loro passione i figli di centinaia di donne potranno finalmente ricevere un’ istruzione di base. Sono donne che lavorano ogni giorno, tessendo borse e sciarpe. Donne malate che col loro stipendio, se così si può chiamare, di circa dieci euro al mese riescono a stento a far mangiare i loro bambini. Ma non possono mandarli a scuola, non possono assicurargli un futuro. E allora arriveranno altri volontari da i vari angoli del pianeta per insegnare loro le basi dell’inglese e della matematica, mentre le sciarpe che le loro madri producono iniziano già ad essere protagoniste di un social business la cui strada si prospetta lunga migliaia di kilometri.

Centinaia di queste sciarpe infatti, a breve, verranno presentate al più grande congresso internazionale che Aiesec organizza, come simbolo dello sviluppo che dei giovani possono portare. Seicento delegati internazionali si riuniranno in Kenya come rappresentati di Aiesec del proprio paese, ma soprattutto come rappresentanti di un mondo giovane che vuole cambiare. E le sciarpe che Aiesec Etiopia presenterà fanno parte di questo cambiamento. Altre centinaia arriveranno in Italia in una grande azienda che le ha scelte come regalo di natale per le proprie dipendenti.

Grazie al loro coraggio, ogni giorno qui qualcosa sembra muoversi e cambiare forma. Stanno dando vita ai loro sogni, facendo prendere forma ai sogni di qualcun altro. Quel qualcuno che forse credeva che i sogni son tali perché non possono realizzarsi.

Quella che volevo raccontare è la storia di cinque ragazzi che fanno venir voglia di essere come loro. Col loro impegno, la loro passione e il loro coraggio.

martedì 9 agosto 2011

E a due passi, l'America.



8/08
20:57

Credo che ci sia una parte nel nostro cervello dedicata alle scene che non dimenticheremo mai.
Come cartoline indelebili vengono raccolte in un angolino nascosto, tutte ammucchiate.
Sono quelle scene che abbiamo fatto nostre e che, anche quando crediamo di aver perso, abbiamo la possibilità di andarle a ripescare, spolverarle e riviverle ancora una volta.
Un abbraccio prima di salire su un treno, il sorriso scambiato in metro con uno sconosciuto, la scena di Notting Hill quando parte “When you say nothing at all”, una risata infinita, l’acqua limpida di una vacanza.

Sono passati solo pochi giorni, eppure sono sicura che ci sono due scene che non dimenticherò mai. Due scene che fanno già parte di quel mucchietto di immagini ammassato in un angolino del mio cervello.

Giovedì mattina.
La “Destiny Accademy” sembra voler rispettare il nome che ha scelto per definirsi. I banchi sono colorati e sulle pareti sono appese frasi come “L’educazione è il primo passo contro la povertà”. L’ufficio della direttrice è arredato con uno scaffale pieno di libri per bambini e alcuni giocattoli, una scrivania, alcune sedie e foto dei propri studenti. Sono cinquecento in tutto e a sessanta di loro è permesso frequentare la scuola senza pagare. Le loro famiglie sono così povere da non potersi permettere nemmeno la bassissima rata che viene richiesta. Ma grazie alle tasse di chi paga e ad alcuni sponsor, ogni anno, la scuola può donare “il primo passo contro la povertà” a un numero esiguo di bambini.
Prima di andare via scambio alcune boccacce con visino tondo dalle orecchie piccole e sporgenti di non più di cinque anni. Non vuole dirmi il suo nome, anzi scappa e si nasconde dietro una porta. Poi corre verso il cancello e urla qualcosa. Lo rimprovera suo fratello, con una voce grossa e seria. Avrà solo due anni più di lui eppure ci tiene a fare la figura del fratello maggiore. Dopo poco arriva anche la madre che appena vede la direttrice le si avvicina per parlarle. Ha una voce mozzata e supplichevole. Il piccolo guarda la scena senza capire, il grande capisce e resta immobile in un angolo. Una ragazza ci traduce cosa sta accadendo: la donna sta pregando la direttrice di prendere i suoi figli nella sua scuola. Ma la Destiny Accademy ha raggiunto il suo numero massimo. La lista d’attesa è lunghissima, ma nessun altro può più entrare. Per ora sono solo sessanta coloro a cui può essere fatto il dono di un’educazione gratuita. La donna inizia a piangere accasciandosi su di un gradino, il piccolo le si siede accanto, il grande è sempre più impietrito. La direttrice le carezza la spalla, non può davvero fare nulla. La piccola famiglia va via rassegnata.
Le lacrime di quella donna, lo sguardo del figlio maggiore, il broncio di quello più piccolo, mi hanno accompagnato per molte delle ore seguenti facendo crescere in me un senso di impotenza. Per ore ho continuato a chiedermi come sia possibile che la scelta di una madre debba essere tra mandare i figli per strada a fare l’elemosina o farli morire di fame. Per ore ho provato ad immaginarmi, senza riuscirci, cosa prova una madre a sapere che i propri figli non avranno mai un futuro.

Venerdì sera.
Il taxi che ci sta portando verso l’ambasciata americana, dove siamo stati invitati per un party, è pieno di gente. Non vedo l’ora di uscire, si soffoca e c’è un’aria fin troppo pesante. Finalmente ci siamo, il portellone si apre e scendiamo. Una boccata d’aria per riprendere fiato. L’aria però mi resta nella gola. Non arriva ai polmoni né torna fuori. Un paio di bambini di circa due anni gattonano e barcollano a piedi scalzi giocando sul marciapiede. Accanto a loro la madre sdraiata per terra con un velo di sopra, probabilmente la sua unica coperta. Attaccato al suo seno un altro neonato. La donna ha chiazze di sangue sparse sul corpo che traspaiono dal suo lenzuolo improvvisato. Forse non ha un braccio, ma non sono sicura di aver visto bene.
Il loro è un letto fatto di cemento e fango, la loro casa sono i loro stessi corpi.
E a due passi, l’America.

martedì 2 agosto 2011

Contrattare un sorriso



02/08/2011
23:30

Qui l’aria ha una consistenza diversa. È polverosa ed ha colore.
Ha uno spessore tutto suo, ignoto ai miei occhi e ai miei polmoni.
È il fiatone dopo pochi metri e i miei occhi sono quasi sempre socchiusi.
Quasi come se fossi una di quelle vecchiette che guarda il mondo fuori da una persiana semi chiusa. Quasi come se mi sentissi più sicura a sbirciare questo mondo invece di farne completamente parte.Ma inizio a non essere solo una spettatrice, dopo una settima la mia finestra si sta aprendo piano piano.

Ho appena svuotato la mia borsa dalle cartacce. La maggior parte di esse erano di gomme da masticare. A me piacciono solo quelle alla menta, ma le carte che ho appena buttato erano anche di gomme alla banana e alla cannella. Le ho comprate in cambio di un sorriso. Quel sorriso che solo chi ha degli occhi così profondi può regalarti. Il sorriso di alcuni dei tanti bambini che vedo ogni giorno. Vendono gomme da masticare, e altre cianfrusaglie, in ogni angolo della strada. Giorni fa ho incontrato una grande venditrice, avrà avuto si e no sei anni. Abbiamo iniziato a contrattare per un pacchetto di gomme alla banana. Era irremovibile sul prezzo che aveva fissato per primo, nessuna mia proposta la smuoveva dalla sua. Mi sono fatta imbrogliare felicemente, accettando la sua richiesta in cambio di un bacio. E lì ho visto la sue piccole labbra allargarsi in un sorriso, avvicinarsi alla mia guancia, scoccarmi un bacio veloce e poi la sua mano protesa ad attendere i suoi 5 birr ben guadagnati. L’altro ieri invece mi sono trovata circondata da piccole mani allungate ad offrirmi quei pacchetti di gomme, che a casa non comprerei mai. Ancora una volta mi sono fatta imbrogliare: due pacchetti di gomme in cambio di una foto, un ricordo di come dei piccoli occhi riescono a sciogliermi.

Vorrei tanto poter fare più che spendere pochi centesimi, che poi non vanno nemmeno a loro.
Ma so che non posso, non adesso e non così.
Ma qualcuno qui sta davvero mettendo le basi affinché la parola “cambiamento” non sia solo un bel suono, ma una realtà.

Ho offerto l’ultima gomma che mi era rimasta ad una timida bimba che sedeva accanto a me sul taxi nel pomeriggio, aspetto domani per contrattare un sorriso.

giovedì 28 luglio 2011

Addis Ababa da un metro e sessanta



28/07/11
Dopo cena(non so l’ora.. inizio a perdere la cognizione del tempo)

Il pavimento su cui sono seduta mentre scrivo questo mio secondo post non è quello di un aeroporto ma è quello della casa che abito. È un po’ spoglia, ma accogliente.
Le persone che la abitano la rendono piena e le pareti sanno davvero di casa.
[mentre scrivo ho dovuto fare una pausa: ho appena rotto un uovo con la testa, imitando il ragazzo ugandese che adesso sta per mangiarlo]

Questo appartamento rappresenta un po’ il mio stato d’animo mentre giro per le strade di Addis: è così diversa dal mondo in cui vivo, eppure ha qualcosa che la rende così piacevole. Mi sento un ospite di un mondo di odori, immagini e sensazioni a me sconosciute.

Oggi, mentre camminavo per strada ho visto passare un camion, abbastanza alto, la cui parte posteriore era costituita da un telone che ricopriva la merce che trasportava. Sopra il telone stava seduto un ragazzo. Si guardava intorno, per lui forse è normale stare seduto su di un camion in movimento. Mi sono chiesta come sia Addis dall’alto, se la puzza di smog arrivi così forte come alle mie narici, se l’odore che pervade la città sia lo stesso. Mi sono chiesta come siano le figure dei bambini che puliscono le scarpe ai signori o quelle delle donne piegate sul marciapiede a cuocere pannocchie. Ma poi ho abbassato lo sguardo, preferisco continuare a scrutare questa città dal mio metro e sessanta d’ altezza.

Ogni attimo scopro qualcosa, ogni attimo imparo qualcosa.


La città del fango, dei taxi stracolmi e degli odori forti mi ha già affascinata.

Nemmeno polvere d'aspettativa

26/07/2011

Ore 16 : 56 GMT ­+2

Scrivo a te, a voi, a tutti coloro da cui mi sto allontanando, a quelli a cui invece mi sto avvicinando,
scrivo a tutti coloro con mi sono già persa e a quelli con cui la distanza è solo uno stato fisico;
scrivo a un segreto, a un sorriso, ad una notturna chiacchierata infinita;
forse scrivo a me stessa, alla parte di me con cui non parlo spesso, quella che a volte non ascolto, la stessa che fa di testa sua e prende il sopravvento.

Vi scrivo dal pavimento di un aeroporto di una città che non ho mai visitato e che nemmeno oggi visiterò, perché è solo un ponte che mi porta ancora più lontano.

Alla mia sinistra altri ragazzi e ragazze seduti per terra, a gambe incrociate o semisdraiati, leggono, scrivono, chattano o semplicemente si guardano intorno.

Alla mia destra il mio bagaglio a mano, piccolo fratello di un mega borsone che adesso si trova chissà dove.

Piccolo fratello di un’altra valigia, la più grande di tutte, quella che ho aperto stamattina dentro di me. È volutamente vuota. Non c’è nemmeno polvere d’aspettativa, solo un luccicante e largo fondo d’entusiasmo. Non voglio avere aspettative. Ho deciso che era arrivato, nella mia vita, il momento di vivere un’esperienza diversa, nuova, importante. Ma forse utilizzare gli aggettivi “diversa, nuova, importante” è già crearsi un’aspettativa. Allora forse è meglio dire che voglio vivere un’esperienza. A volte, in questi ultimi giorni, mi sono sorpresa ad immaginare cosa accadrà durante queste sette settimane, ad immaginare scene di vita quotidiana, conversazioni, inconvenienti. Ho trascinato per attimi la mia immagine in un mondo di cui in realtà non conosco nulla. Ma poi ho scacciato subito il pensiero e pensato ad altro.

Non voglio sapere come sarà, cosa farò, se e quanto mi toccherà, se e quanto mi cambierà, chi sarò al mio ritorno, cosa ci sarà dentro la MIA valigia.

Voglio solo vivermela. Ogni parola in più è superflua.


“Brindo a voi e a questa vita pace amore e gioia infinita!”

E Buon VIAGGO a me.